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Après L’Os léger au couvent de la Providence, Les Voix du sol sont présentées dans les ruines de l’église du Carmine à Noto Antica, au sud de la Sicile. Création à trois voix : sculptures de fil de fer de Carlo Sapuppo, 8 poèmes-peintures d’Yves Bergeret, interventions de Savi Manna au violon et à la guimbarde, autour du poème original d’Yves Bergeret dit par lui en français et par Pia Scornavacca en italien.

Ensemble ils réalisent un chant d’éveil et de regard vers l’avenir adressé à l’époque contemporaine à partir des significations propres au lieu Noto Antica.

Quatrième installation-performance de ces créateurs à Noto Antica, Les Voix du sol est une nouvelle étape de fondation du sens par la mise en acte poétique des voix multiples, y compris étrangères, dont le sol sicilien porte encore et toujours la marque.

Arsène Caens        Ecole du Louvre, EHESS, Paris

La création des Voix du sol  le 26 octobre 2013 est dédiée à Enrico Sorbello.

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Dopo L’Osso leggero al convento della Provvidenza, Le Voci del  suolo sono presentate tra le rovine della chiesa del Carmine a Noto Antica, a sud della Sicilia. Creazione a tre voci: un’istallazione in fil di ferro di Carlo Sapuppo, 8 poesie- pittura di Yves Bergeret, interventi al violino e marranzano di Savì Manna attorno alla poesia originale di Yves Bergeret, dette da lui in francese  e da Pia Scornavacca, in italiano.

Insieme essi realizzano un canto di risveglio e di sguardo verso il futuro indirizzato all’epoca contemporanea a partire dai significati legati al luogo di Noto Antica.

Quarta istallazione-performance di questi creatori a Noto Antica, Le Voci del suolo è una nuova tappa per  la fondazione del senso della messa in atto poetica di voci multiple, comprese voci straniere, di cui la Sicilia porta ancora e sempre il marchio.

 Arsène Caens        Ecole du Louvre, EHESS, Paris

 La creazione delle Voci del suolo, il 26 ottobre 2013, è dedicata ad Enrico Sorbello


RENCONTRES DE CRÉATION / INCONTRI DI CREAZIONE

le voci del suolo 015

APERTURA  DELLA PERFORMANCE  “LE VOCI DEL SUOLO”        26 ottobre 2013

di Pia Scornavacca

Quando, nel giugno del 2013, durante una delle sue consuete passeggiate, Yves Bergeret  scelse le rovine della chiesa del Carmine per l’azione successiva alla performance L’Osso Leggero, non era al corrente della storia del luogo e l’importanza che aveva avuto questa imponente chiesa negli anni immediatamente precedenti al catastrofico terremoto del 1693. Ma la sua capacità all’ascolto dei luoghi, maturata in lunghi anni di “esercizio”, non necessita di conoscenze storico- letterarie e      giunto al centro della vasta area della chiesa distrutta, tra i resti di grandi colonne e di olivi cresciuti sulla desolazione delle rovine, resta in ascolto.   Il luogo gli parla … tante le voci, tanti i racconti  di un’ umanità che è stata, ma la cui voce attraversando secoli e macerie,  sulla collina di Noto Antica,  può ancora essere ascoltata.

Carlo ed io, condividiamo pienamente la scelta del poeta.  Anche per noi, le rovine della chiesa del Carmine sono un luogo di forte carica antropologica ed emozionale … le abbiamo viste abitate, nella casa colonica del ‘900, costruita sull’abside della chiesa … le abbiamo viste oggetto di campagne di scavo archeologico … le abbiamo viste abbandonate e violate da briganti … ed allora … abbiamo visto le sue povere ossa rotolare tra pietre e detriti …  abbiamo visto le sue lapidi con parole incise, divenire frammenti  mischiati a sterco e rovine … Sotto i nostri piedi, dolorosamente parla e si rimescola la Storia.

Per buona sorte, uno studioso del luogo riesce prima della rovina  a trascrivere una parte degli epitaffi. Quei testi come voci del suolo invocano una preghiera o un ricordo, attendendo una melopea verticale che le ri-metta al mondo contemporaneo e futuro.  

Che essa sia una esile spirale di fil di ferro o il fuoco di una parola dipinta o un ispido suono lontano.

Prima della lettura-performance “Le voci del suolo”  vorrei onorare un’antica voce, attraverso la lettura di uno degli epitaffi trascritti dall’Avv. Francesco Balsamo.

epitaffio

I.S.V.N.A – ATTI E MEMORIE – Noto 1970 –  Problemi storici e rilievi tecnici sulla chiesa del Carmine – di Francesco Balsamo

OUVERTURE DE LA PERFORMANCE  “LES VOIX DU SOL”         26 ottobre 2013

di Pia Scornavacca

Quand en juin 2013, dans une de ses promenades habituelles, Yves Bergeret a choisi les ruines de l’église del Carmine pour l’action qui suivrait celle de L’Os léger, il n’était pas au courant de l’histoire du lieu ni de l’importance qu’avait eue cette église magnifique dans les années juste avant le tremblement de terre catastrophique de 1693. Mais sa capacité d’écouter les lieux, mûrie au fil de longues années d'”exercice”, n’a plus besoin de connaissance historico-littéraire. Arrivé au centre de l’ère vaste de l’église détruite, parmi les vestiges des grandes colonnes et les oliviers grandis sur la désolation des ruines, le voici à l’écoute.

Le lieu lui parle… voix si nombreuses, récits si nombreux d’une humanité qui fut, mais dont la voix traversant décombres et siècles, sur la colline de Noto Antica, peut encore être écoutée.

Carlo et moi partageons pleinement le choix du poète. Pour nous aussi les ruines de l’église del Carmine sont un lieu à forte charge anthropologique et émotionnelle. Nous les avons vues, habitées dans la maison paysanne des années 1900, construite sur l’abside de l’église…nous les avons vues objet de campagnes de fouille archéologique…nous les avons vues abandonnées et violées par des pillards…et alors…nous avons vu ses pauvres os rouler entre les débris et les pierres…nous avons vu ses dalles tombales à inscriptions incisées devenir fragments mêlés à la fiente et aux gravats…Sous nos pieds, douloureusement parle et se mélange l’Histoire.

Par chance, un érudit spécialisé dans l’étude de ce lieu a réussi avant la destruction à transcrire une partie des épitaphes. Ces textes en tant que voix du sol invoquent une prière ou un souvenir attendant une mélopée verticale qui les re-mette au monde contemporain et futur.

Que celle-ci soit une fine spirale de fil de fer ou le feu d’une parole peinte ou un son qui se dresse au loin.

Avant la lecture-performance des Voix du sol, je voudrais honorer une voix du passé, par la lecture d’une des épitaphes transcrites par Monsieur Francesco Balsamo:

Ci-gît le docteur Antonino Di Lorenzo ; habile chirurgien, par l’art de sa profession il s’est teint en rouge les mains. La mort à la terrible gueule, alors qu’il découpait ses malades, et pour cela même, a saisi le médecin, non sans traîtrise. 1602

(Épitaphe traduite en franςais par Yves Bergeret)

LA LETTURA

Ciclo integrale Le Voci del suolo per leggere e guardare le poesie-dipinte di Yves Bergeret / Cycle intégral, pour lire et regarder, les  poèmes-peints de Yves Bergeret

27 OTTOBRE 2013

Aube du 27 octobre. Amis et visiteurs nous ont demandé de revenir dans l’installation au moment du soleil levant. Air doré, orangé, jaune vif. A haute voix nous disons encore les huit parties principales du poème. Puis amis et visiteurs décident de se mettre en cercle autour des fougères-fumerolles de métal et entonnent lentement un chœur informel à voix murmurées, encore sans mot, qui accompagne dans notre monde dur l’éveil matinal, l’éveil contemporain des Voix du sol.

Alba del 27 ottobre. Amici e visitatori ci hanno chiesto di ritrovarci nell’installazione al momento del sorgere del sole. L’aria è dorata, color arancio, di un giallo vivo. Ad alta voce, ripetiamo ancora le otto parti principali del poema. Poi amici e visitatori decidono di disporsi in cerchio intorno alle felci-fumarole di metallo e intonano lentamente un coro improvvisato di voci mormorate, ancora senza parole, che accompagna il risveglio del mattino nel nostro duro mondo, il risveglio simultaneo delle Voci del suolo.

(trad. F. Marotta da:   http://rebstein.wordpress.com/2013/11/09/autour-des-voix-du-sol/)

 

PREFAZIONE

Grazie alla felice intuizione di un comune amico che ci ha fatti incontrare,  dal 2007  Yves Bergeret  periodicamente,  è nostro compagno di cammino ed azioni, lungo il territorio di Noto Antica.

Uniti dalla comune passione per la “lettura dello spazio” e sua conseguente “rilettura”, camminando insieme attraverso la natura, le tracce dell’uomo, il mormorio dei luoghi, le acque segrete, le grotte oscure, i sentieri dimenticati, il vento, le nuvole … raccogliamo la parola che “nuda si posa sulle pietre bianche”…

Da questa disciplina di attenzione ed ascolto nascono: la parola ferma, potrei dire lapidaria, delle poesie di Yves Bergeret e lo scarnificato ma, simbolicamente essenziale segno, delle sculture di Carlo Sapuppo.

Le due modalità di lavoro divengono così linguaggio, per trattare temi nodali dell’esistenza, amplificati dalle eccezionali qualità  degli spazi in cui si sono prodotte le azioni di trasmissione e dialogo con piccoli gruppi di astanti.

Nel 2007, “la Presenza dell’Altro e la sua accoglienza”, ha trovato il suo luogo privilegiato nelle sacre grotte degli Antenati- Heroa.

Nel 2010, ”l’Alimentazione e il distacco da lei”, nelle scorrenti acque del torrente Carosello…

e oggi, “ l’Osso leggero”, sul dualismo conflittuale dell’isola che qui, nella storia  e  nelle condizioni materiali dell’Eremo della Provvidenza, trova  la sua massima espressione.

Due individui, due differenti modi di apporre segni, due linguaggi stranieri, si incontrano sulla collina della “morta” città di Noto Antica, e nell’impegnativo confronto si scopre il senso comune dell’azione ;  nel  raddoppio della  sua forza la parola chiara apre l’orizzonte”.

Ancora una volta, l’ARTE accende a Noto Antica, un faro di speranza.

Pia Scornavacca

Préface-texte français

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Simone e la sua compagna, giungono per la prima volta a Noto Antica, nelle sue parole l’incontro con il luogo e la partecipazione alla performance.

Immaginavo me e Barbara come pellegrini, salati di mare e sudore, alla ricerca di «casa corpo», come la chiama Yves. Poteva essere sul pendio vertiginoso del teatro di Pergamo o magari a ridosso del santuario di Dioniso Eleutereo ad Atene: non ero mai stato a Noto antica. Siamo arrivati sotto le mura della città, traducendo in immagini le parole di Pia: un ponte, stazioni della via crucis, un monastero, la gola rocciosa e abbagliante della valle; in fondo, un eremo. Ogni cosa con una sagoma ed un nome esatti, sfumati, poi cancellati nella mente dal calore. Come pellegrini abbiamo varcato la porta, l’orecchio volto al cielo, lo sguardo dietro ad ogni traccia di luce per percepire le sillabe di un mito: la promessa del poeta e dello scultore. È apparsa una donna, con il suo cane custode. Le abbiamo chiesto indicazioni, se avesse idea di dove si sarebbe svolta, lì, da qualche parte, una performance artistica, con grandi pannelli dipinti, musica, sculture di ferro. Non lo sapeva. Viveva a Noto solo da qualche mese e non era mai stata in Sicilia prima. Si è unita a noi. Il cane ci precedeva. Ogni tanto verificava se lo seguissimo ancora. Un sentiero sterrato d’un bianco abbacinante, inghiottito da una fitta, sospirosa vegetazione. Mi bevevo l’umore mediterraneo del vento per non tormentarmi le labbra.

L’arrivo a destinazione è stato improvviso – inaspettato. Finiva la terra. Un margine sospeso sull’orizzonte, affacciato sull’isola delle Correnti. Le sculture di Carlo, esili, devote ombre sottili, recitavano la loro armonia con il paesaggio. Intorno sventolavano i calligrammi di Yves; la sua voce e quella di Pia erano un soffio. Dalle finestre del monastero faceva eco il suono ventrale di un violoncello, il pizzicato di un violino. Un emiciclo di persone, accovacciate su un muro a secco o distese su un letto di sassi ed erba, fremeva all’urto con la parola. Una parola sublimata in musica naturale, ritualmente riverberata dalla cassa armonica di un pubblico insieme antico e moderno: il pubblico di un “epos” moderno.

Simone Di Franco

Texte fran. Simone Di Franco

Poèmes et Sculptures

testo di Arsène Caens it

Arsène Caens il joint au Noto Antica sur invitation de Yves Bergeret. Dans les cinq jours qu’ils ont précédé la performance, il a exploré et savouré le territoire et il a pu être témoin des dynamiques constructives du projet “Os léger”.

L’os léger à Noto Antica

À quelques pas de Casa Corpo, l’ermitage de la Providence. Sa face sud, offerte au lointain, se perce de sept fenêtres hautes dominant une pente longue qui descend sur 20 km jusqu’à la mer. Au-delà : l’Afrique. C’est à cet endroit que j’ai vu Yves Bergeret et Carlo Sapuppo projeter leur dialogue de création, chacun des sept poèmes peints du premier – un prévu pour chaque fenêtre, déroulé le long du mur sur leurs 2,50 m de longueur – suscitant de la part du second une sculpture en fer qui lui répond, grosso modo du même format.

Yves Bergeret a fait parler dans le poème L’os léger les voix qu’il a entendues sur  le sol de Sicile – celle de « l’homme sans nom », de « l’île », de « l’os léger »… – et qui selon lui témoignent d’un cheminement sans cesse réaffirmé vers cette parole stable et digne, démocratique au sens grec, que la brutalité d’un sol furieux peut fracasser en un jour, et que malmènent journellement les effets d’une dissension humaine sans âge. Composés dans les semaines ayant précédé la date du 16 juin – écrits puis surtout peints, avec une énergie et une largesse qui m’ont continuellement impressionné avant même d’en avoir vu le résultat complet sur le sol de Noto Antica – les sept poèmes de L’os léger sont le puissant résultat d’une écoute inlassable de ce lieu, ainsi qu’une entreprise plastique majestueuse.

Toujours à échelle humaine, cependant, comme l’ont parfaitement souligné les sculptures de Carlo Sapuppo, mystérieusement anthropomorphes, qui traduisent dans un langage varié, la parole propre à chaque poème. Ces élaborations composites, montant sur des structures en fer – réemployées à partir des réalisations de l’exposition L’ombre loquace – divers objets et matériaux trouvés sur place, fonctionnent comme un pendant matériel à la première lecture en parole du lieu Noto Antica

Le 15 au soir, avant le déclin du jour, nous nous sommes assurés sur place du dispositif, faisant quelques essais de montage en prévision du grand jour. On voyait que chaque rouleau prenait tout à fait bien sa place sur la façade du couvent et – à moins que la dextérité manuelle de Carlo Sapuppo ne nous l’ait entièrement dissimilé – que le système d’attaches au niveau des fenêtres n’était pas trop fastidieux à mettre en place. On constatait aussi la lumineuse souplesse des rouleaux peints, qui se posaient là en silence, recevant du soleil ses derniers rayons orangés.

 En face d’eux, au bord opposé du terre-plein qui s’avance devant le mur, les quelques sculptures de fer déjà achevées – la suite encore en travail – se plantaient une à une dans le sol, offrant aux premières voix du poème leurs éloquentes silhouettes. Avant la nuit nous rangeons les rouleaux, solides certes – et ne craignant pas la pluie sicilienne – mais vulnérables face au vent du sud, qui ne ralentit pas sa course en passant sur la colline lorsqu’il est vraiment pressé.

Chacun avait eu le temps ces jours de s’imprégner du texte d’Yves Bergeret, au point qu’un certain individu, nommé « osso legero », semblait avoir pris toutes ses aises dans le quotidien de Casa Corpo : Carlo cherchant à traduire le poème en sculpture, en discussion soutenue avec Pia Scornavacca, qui d’ailleurs ne se doutait pas le 16 au matin qu’elle aurait à dire au soir le texte dans sa langue, en alternance avec la voix d’Yves Bergeret. Une fois que l’installation serait réalisée, des répétitions étaient donc à prévoir. On attendait par ailleurs des musiciens, pour une partie essentielle de cette d’installation-performance dans son dialogue avec le lieu : une lecture musicale improvisée du langage gestuel et symbolique propre aux poèmes-peinture d’Yves Bergeret. Le public invité de plus ne s’attendait pas à la présence de Savi Mana (violon) et Enrico Sorbello (violoncelle).

16 juin.

De retour en matinée sur le lieu de l’installation, nous ne mesurons pas tout de suite que la violence du vent – levé tôt ce jour, et qui réussit à souffler la journée entière sans faiblir – entraînera un changement de configuration général, obligeant à reporter les poèmes-peinture sur les fenêtres de la face est du couvent, relativement mieux abritées.

Deux espaces naissent ainsi en cours d’installation à partir du premier dispositif imaginé : un pour les sculptures en fer, qui demeurent face à l’Afrique, selon le vœu affirmé de Carlo Sapuppo, et un second pour les rouleaux et la lecture, conférant au « coin » du bâtiment – nouvelle entité dans l’appréhension spatiale du lieu – le rôle imprévu de zone de transit entre les deux chapitres de l’installation.

Arrivent alors les musiciens, et s’entame en milieu de journée une séance de répétition avec le poète, un poème-peinture à l’appui faisant partition, dans un échange passionnant entre la parole poétique, le geste de couleur et la matière musicale, travaillée par deux spécialistes de l’improvisation en musique populaire et contemporaine.

 Grande effervescence suite aux imprévus, l’occasion de constater la souplesse matérielle de l’ensemble, l’efficacité d’Yves dans sa légèreté de maître d’œuvre conscient, et la grande limpidité du projet dans l’esprit de chacun.

Après une rapide mise au point avec la diseuse et réglage succinct des entrées, L’os léger peut débuter. Yves et Pia, debout devant les poèmes, disent le texte face au public ; lui d’abord en français, puis elle. Sur la voix italienne, dès la première partie du poème, le son des instruments de Savi et Enrico se lèvent, provenant d’on ne sait où ; puis apparaissent et s’approchent, rejoignant la parole du poème toujours dit en alternance.

Les voix de L’os léger prenaient ainsi place dans le site de Noto Antica, répondant au passé historique du lieu, orienté sur le présent sicilien le plus contemporain : chacun avait en lui une part de « l’homme fertile », de « l’homme sans nom ». « L’île » parlait par eux tous, siciliens, tandis que « l’étranger » que j’étais trouvait aussi sa place dans la vision du poète. La lecture du lieu proposée par Carlo quant à elle, élégante, fondée sur une grande conscience des ressources matérielles du site de Noto Antica, témoignait d’une réalité sicilienne ressentie de façon lucide au cours de toute une vie. Une fois le texte dit, un cortège se forme, guidé par les musiciens, qui conduisent le groupe vers l’esplanade des sculptures, silencieuses, graciles, sortes de « présence-absence » – selon les termes de Carlo – que notre regard traverse jusqu’à l’horizon.

L’esprit d’éveil et parfois de résistance, entretenu par Carlo et Pia, affirmant la nécessité d’une dignité conquise par l’art et le lien de parole, s’exprimait ici dans une sorte de rite contemporain où la communauté des individus présents pouvait former, dans le déploiement du poème – œuvre collective – un accord de voix en harmonies, libres bien que profondément reliées entre elles. La parole d’Yves Bergeret, participant d’une pensée symbolique dont il poursuit les traces depuis son expérience du Mali, contribuait à la cohérence quasi liturgique de cette brève épopée créatrice.

Ce travail éthique, fondé sur le lien entre la parole et le lieu, retrouvant l’accord entre perspectives de vie et création contemporaine, constitue pour l’anthropologue un terrain aux problématiques humaines certainement rares dans notre monde Européen.

Arsène Caens*

* Arsène Caens né en 1990, franco-suisse, est diplômé en Histoire de l’art, de l’Ecole du Musée du Louvre, à Paris ; il poursuit des études à Paris à l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, où il prend part active à des séminaires internationaux de recherche en anthropologie de l’art et en philosophie de l’art. Ses études actuelles le portent en particulier vers l’analyse des croisements artistiques et des improvisations en musique contemporaine et en art contemporain ainsi que vers  les nouvelles formes d’une réaffirmation de l’éthique dans l’art le plus actuel.

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PROLOGUE / PROLOGO

Dire l’espace et la parole à Noto Antica, à Eloro, à Noto

29 mars 2012

Retour à Maison-Corps sept mois après Alimentum. Herbes hautes et folles partout. Une tornade a balayé les collines et les ravins de Noto Antica il y a quelques jours. Carlo et moi coupons les branches mortes autour de la maison ; avec Pia, avec quelques amis qui sont là, nous les brûlons dans un grand feu devant la maison. Un feu va devant nous, dans la nuit, dans le jour. Dangereux, luttant avec l’exubérance de la nature. Le torrent en crue a détruit le gué en bas de la colline. Le pollen jaune court et vole partout, nous macule les jambes. L’énergie de la vie lutte contre ce qui la détruit. Impossible de savoir ce qui va finalement dominer : la vie, la dispersion, l’élan, le chaos, l’ensemencement, l’insémination, le sens, la perte du sens, l’élaboration du sens, le cheminement de la parole ?

Dans la confusion rugueuse de ces collines, de cette île, de ce monde, Carlo, Pia et moi œuvrons ensemble depuis des années à dégager le cheminement de la parole, le sentier clair et simple du geste artistique qui ouvre, ouvre et ouvre encore. Ecouter, dialoguer, écouter, proposer le signe et l’œuvre, œuvrer encore et encore à ouvrir et à déporter sur le bas-côté du chemin la violence du monde qui aboie : bruit pour rien.

 Yves Bergeret

Dire lo spazio e la parola a Noto Antica, a Eloro, a Noto

29 marzo 2012

Ritorno a Casa-Corpo sette mesi dopo Alimentum. Erbacce alte dappertutto. Alcuni giorni prima un tornado ha spazzato le colline e i valloni di Noto antica. Carlo ed io spezziamo i rami morti che si trovano tutt’intorno alla casa; con Pia, ed altri amici che sono là, li bruciamo in un grande fuoco davanti all’abitazione. Un fuoco che continua davanti  a noi lungo il corso della notte, e del giorno. Pericoloso, che lotta con l’esuberanza della natura. Il torrente in piena ha distrutto il guado giù, in basso alla collina. Il polline giallo corre e vola dappertutto, ci macchia le gambe. L’energia della vita lotta contro ciò che la distrugge. Impossibile sapere cosa prevarrà, alla fine: la vita, la dispersione, l’impeto, il caos, la semina, la fecondazione, il senso, la perdita di senso, l’elaborazione del senso, il progredire della parola?

Nella confusione rugosa di queste colline, di quest’isola, di questo mondo, Carlo, Pia ed io operiamo assieme da anni per liberare il progredire della parola, il sentiero chiaro e semplice del gesto artistico che apre, apre ed apre ancora. Ascoltare, dialogare, ascoltare, proporre il segno e l’opera, operare ancora ed ancora aprire e deportare sulla banchina del cammino la violenza del mondo che abbaia: rumore per nulla.

(trad. Giovanni Miraglia)

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La cava di Eloro (Noto)

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Testa dell’Acqua (Noto)

poesie di marzo 2012

Dire l’espace et la parole à Noto Antica, à Eloro, à Noto

13 novembre 2012

Ce mois de novembre 2012 sur les collines de Noto de lourds nuages sombres arrivent d’Afrique, de Lybie, de Tunisie, chargés d’une inhabituelle humidité. Difficile de peindre au sol dehors comme je le fais d’habitude. Je m’acharne pourtant. Car le geste du poème que sur le grand papier je peins par la couleur et que je calligraphie par l’encre de Chine vient toujours en résonance à l’espace ouvert et à l’humanité en travail dans cet espace, en douleur et en joie.

Les trains de nuages sombres passent en rangs serrés sur la colline de Casa Corpo, à Noto Antica, chez Carlo et Pia. Je pense à toutes ces polyphonies de plaintes, de douleurs et d’espérances qu’ils roulent dans leurs volutes rapides. Je pense aux drames lybiens et tunisiens, si proches, je pense à ceux qui meurent en mer alors qu’ils ont mis tous leurs espoirs dans l’hospitalité d’une île à laquelle ils ont voulu croire.

Le ciel humide et sombre bourdonne sourdement d’humanité. Ombre loquace. Parole en mouvement.

Et la terre de l’île, et le calcaire des collines et des ravins bourdonnent aussi de l’humanité de l’écoute et de l’accueil, malgré le poids de diverses féodalités au fil des siècles et jusqu’à présent.

Car certains, de l’île même, sont nos Grands Veilleurs, nos Merveilleux Inadéquats qui entendent la profondeur et la beauté de ce que tenace nous dit l’Ombre Loquace. Comme les pupitres de Carlo Sapuppo nobles, à la fois frêles et opiniâtres, portent les poèmes-peintures que j’ai peints, de même l’Etranger porte la parole de l’humanité, de même les Grands Veilleurs, les Merveilleux inadéquats portent l’élan de l’Ombre Loquace.

 Yves Bergeret

Dire lo spazio e la parola a Noto, a Eloro, a Noto

 13 novembre 2012

 Nel  mese di Novembre 2012 sulle colline di Noto nuvole pesanti e oscure giungono dall’Africa, dalla Libia, dalla Tunisia, colme di un’insolita umidità. è difficile dipingere  per terra come faccio d’abitudine. Tuttavia io mi ostino. Poiché il gesto della poesia che io dipingo con il colore sul grande foglio di carta e che io esprimo con caratteri eleganti ad inchiostro di China arriva sempre ronzando  nello spazio aperto e fra l’umanità al lavoro in questo spazio, nel dolore e nella gioia.

I treni di nuvole oscure passano a file serrate sulla collina di Casa Corpo, da Carlo e Pia a Noto Antica. Penso a tutte queste polifonie di piante, di dolori e di speranze che scorrono all’interno delle loro rapide volute. Penso ai drammi libici e tunisini, così vicini, io penso a coloro che muoiono in mare riponendo tutte le loro speranze nell’ospitalità di un’isola alla quale hanno voluto  credere.

 Il cielo umido e scuro ronza in segreto di umanità. Ombra loquace. Parola in movimento.

 E la terra dell’isola, e il calcare delle colline e dei burroni ronzano anche dell’umanità dell’ascolto e dell’accoglienza, malgrado il peso delle differenti feudalità succedutesi nei secoli e fino al presente.

Poiché certuni, dell’isola, sono i nostri Grandi Guardiani, i nostri Meravigliosi Inadeguati che ascoltano la profondità e la bellezza di ciò che ci dice l’Ombra Loquace, ostinata. Come i leggii di Carlo Sapuppo reggono le poesie – pitture che ho dipinto,  nobili e allo stesso tempo fragili e resistenti, allo stesso modo in cui lo Straniero porta la parola dell’umanità, così i Grandi Guardiani, i Meravigliosi Inadeguati  segnano lo slancio dell’Ombra Loquace.

(trad. Grazia Sciuto)

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Noto Antica

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poesie novembre 2012

L’OMBRA LOQUACE

Trenta poesie calligrafate nel 2012 da Yves Bergeret fuori, negli spazi generosi di Noto, Eloro, Noto Antica e Testa dell’Acqua.

Liberare il progredire della parola nello spazio e per un tempo aperto. Come un’ombra, la parola, nel loquace spazio di questo presente. Aperti bene i passi – lo spazio che attraversa, nel tempo che attraversiamo – adesso e nel tempo dell’ascolto – la parola, in cammino da lungo tempo – la parola, un destino, o il quinto elemento, figlio e sorella degli altri quattro – ponte che regge e sostiene, congiunge e distanzia – segno che si pone su e per, e porta il proprio quesito fino a superficie, dal fondo dell’aria. Congiungendosi, elemento che abbiamo detto essere degli elementi, a geografiche prossimità di ascolto; con la gioia e il dolore dei nostri movimenti.

Yves Bergeret mi ha insegnato a credere nella possibilità dei venti (da dove parte il suono quasi silenzioso di quelle nuvole) – nel silenzio dopo una lunga marcia – nella volontà di questo desiderare: marciare e intanto lasciarsi attraversare, aria e corpo, dalla parola che ci conduce.

Il suo percorso di poeta in cammino, che porta la parola come “segno da lasciarsi porre”, da sempre lo ha reso viaggiatore di altitudini e profondità – straniero e portatore di un proprio passo (dal deserto roccioso del Mali alle porte di Cipro, dalle Antille al Senegal, dalla Galizia alla Sicilia). Ho sentito spesso dalla sua voce rispettosa del “fiato esterno”, parlare di un segno – in attesa e compimento. Il poeta si è spinto fin dove il centro separa e non divide – e se lo fa (necessaria, la separazione) è per tracciare una delimitazione, che è un ponte – la parola e chi lo costruisce – e la natura stessa che fa la propria parte: distruggere, creare: sempre. Portandosi al confine per ritrovarne il segno primo.

Noto antica è un luogo primitivo dove, nonostante l’abbandono e le incivili dimenticanze, quel che resta delle preziose culture che l’hanno fondata, abitata e popolata, è tracciabile e rintracciabile, fosse anche per quel segno che i costruttori di parola, come Bergeret, possono riportare alla luce e al respiro, dall’ombra loquace che si posa al centro dell’ascolto, e dell’accoglienza: la parola. Il colore – che sfocia nelle scritture di Yves su carta e con inchiostri di vento – ha la sua parte fondante – ; le esili sculture di fil di ferro e rame di Carlo, che tengono e tendono una presenza così fisica e rispettosa (presente assenza, il suo “sensibile credo”), in questo caso sorreggono le carte poetiche e ventose di Yves o tracciano segni di pioggia e di coraggio tra i versi “dipinti” dall’amico “posatore di segni”.

Il poeta che la mattina presto si stupisce di ogni alba e, come un bambino, ci sveglia per condividerne la sorpresa, l’entusiasmo, la vita. L’operosità  naturale di Pia Scornavacca che cura, sostiene, legge e fotografa la sorpresa di ogni giorno, nel tracciato dei reperti e del materiale che da sempre, insieme a Carlo, raccoglie a testimonianza di un luogo che non solo abitano, ma hanno da subito amato erispettato, proprio nel respirarlo e portarlo, sentendosi ospiti sempre, privilegiati e timidi. La loro Casa-corpo, chiamata da Yves così, sembra posata, anch’essa, come un segno, lì. Piccolo museo rispettoso che s’affaccia e accoglie.

I ritratti a parola, colore e segno (scrittura) di Yves Bergeret hanno la loquacità e l’ombra di una descrizione attenta e chiara, sono ritratti sentiti e visti, scolpiti e decifrati attraverso e per mezzo del suo Ascolto in cammino.

In un luogo di così forte segno, il poeta ha ritracciato alcuni percorsi, già riconosciuti dagli artisti Sapuppo e Scornavacca, dai loro amici e numerosi ospiti, durante gli anni di permanenza intorno e tra le valli di Noto antica, e tutt’oggi. Nella parola, la poesia, il lungo fiato inadeguato dell’uomo che resiste e segna ancora il confine del credere possibile posare un segno – che sia pure d’Ombra loquace – al presente, con rispetto, e silenzio. Ospiti di questa casa-corpo come dell’isola, inadeguati costruttori di parola, in perenne marcia.

 Giampaolo De Pietro

Libérer le parcours de la parole dans l’espace et en un temps ouvert. Comme une ombre, la parole, dans l’espace loquace de ce présent.  Bien ouverts, les pas – l’espace qu’elle traverse, dans le temps que nous le traversons – : maintenant, dans le temps de l’écoute – la parole, en chemin depuis un temps lointain – la parole, un destin, ou le cinquième élément, fils et sœur des quatre autres – pont qui gère et soutient, rejoint et distancie – signe qui se pose sur et par, et porte la quête même jusqu’à une surface, depuis le fond de l’air. En se rejoignant, élément que nous avons dit être l’un des éléments, à proximité géographique de l’écoute ; avec la joie et la douleur de nos mouvements.

 Yves Bergeret m’a appris à croire en la possibilté des vents (d’où part le son quasi silencieux de ces nuages) – dans le silence après une longue marche – dans la volonté de ce désir : marcher et en même temps se laisser traverser, air et corps, par la parole qui nous mène.

Son parcours de poète en marche, qui porte la parole comme “signe à laisser se déposer”, a fait de lui depuis toujours voyageur des altitudes et de la profondeur – étranger et porteur d’un pas très particulier (du désert rocheux du Mali aux portes de Chypre, des Antilles au Sénégal, de la Galice à la Sicile). Je l’ai souvent entendu, de sa voix respectueuse du “souffle extérieur”, parler d’un signe – en attente et en accomplissement. Le poète s’est avancé jusque là où le centre sépare et ne divise pas – ou s’il le fait (nécessaire est la séparation), c’est pour tracer une délimitation, qui est ensuite un pont – la parole et celui qui la bâtit – et la nature même qui joue son propre rôle :– détruire, créer : toujours. En se portant aux confins pour en retrouver le signe premier.

Noto antica est un lieu primitif où, malgré l’abandon et les oublis grossiers,  ce qui reste des cultures remarquables qui l’ont fondé, habité et peuplé, est traçable et retraçable, fût-ce aussi par ce signe que les bâtisseurs de parole, comme Bergeret, peuvent faire revenir à la lumière et à la respiration, depuis l’ombre loquace qui se pose au centre de l’écoute, et de l’accueil : la parole. La couleur – qui se coule dans les écritures d’Yves sur la feuille et avec les encres du vent – qui joue aussi son rôle fondateur -; les fines sculptures de fil de fer et de cuivre de Carlo qui tiennent et tendent une présence si physique et respectueuse (absence présente, son “credo sensible”), dressent ici les quadriptyques de poésie et de vent d’Yves ou tracent des signes de pluie et de courage au milieu des vers “peints” de l’ami “poseur de signes”.

Le poète qui de bon matin s’émerveille de chaque aube et, comme un enfant, nous réveille pour en partager la surprise, l’enthousiasme, la vie. Le goût naturel de l’action de Pia Scornavacca qui veille à tout, soutient, lit et photographie la surprise de chaque jour, dans le sillage des trouvailles et des matériaux que depuis toujours, avec Carlo, elle recueille comme témoignage d’un lieu que non seulement ils habitent, mais ont immédiatement aimé et respecté, justement en le respirant et en le portant, en s’ y sentant toujours comme des hôtes, privilégiés et timides. Leur Maison-Corps, c’est le nom qu’Yves lui donne, semble posée, elle aussi, comme un signe, là. Petit musée respectueux qui se montre et accueille.

Les portraits en parole, couleurs et signe (écriture) d’Yves Bergeret ont la loquacité et l’ombre d’une description attentive et claire, sont des portraits écoutés et vus, gravés et déchiffrés à travers et par le moyen de son Ecoute en chemin.

Dans un lieu de si fort signe, le poète a retracé quelques parcours, déjà reconnus par les artistes Sapuppo et Scornavacca, par leurs amis et hôtes nombreux, au fil des années de séjour alentour et parmi les vallons de Noto antica, et pleinement aujourd’hui. Dans la parole, la poésie, le long souffle inadéquat de l’homme qui résiste et signe encore les confins du croire possible de poser un signe –  qu’il soit même d’Ombre loquace – au présent, avec respect, et silence. Hôtes de cette maison-corps comme de l’île, inadéquats bâtisseurs de parole, à jamais en marche.

    ( trad. Yves Bergeret)

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Posate come partiture sopra le sculture-leggii originali di Carlo Sapuppo. Aperte come ali di grandi uccelli di speranza, create dallo scultore e dal poeta in una installazione magistrale, sotto la doppia volta delle stanze basse del Palazzo Nicolaci di Villadorata, nel centro storico di Noto.

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Nuova voliera, nuove cupole di speranza e di lucidità, ricostruite senza fine, quasi venti anni dopo il crollo della cupola della Cattedrale, quasi dieci anni dopo della sua ricostruzione.

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Dialogo dello scultore e del poeta con lo spirito profondo delle stanze basse del palazzo, adibite nel passato all’alchimia o alla conservazione del ghiaccio o delle nevi portate dalle montagne dell’entroterra.

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Parola in atto.

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Da sinistra: Francesco Gennaro, Savì Manna, Enrico Sorbello e Yves Bergeret.

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Enrico Sorbello

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Savì Manna

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EPILOGUE / EPILOGO

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Le stanze basse del palazzo Nicolaci di Villadorata tornano vuote, la piccola comunità di Casa-Corpo (Noto Antica) si separa. La parola che si apre e ci apre torna nel vento, nelle acque e tra le rovine che la custodiranno. Essa però, è anche idea e senso per chi l’ha colta e trasmessa e ha già posto nuovi semi di desiderio, volontà e amicizia, così ci siamo promessi di ritrovarci ancora qui, pronti a nuovi slanci e dialoghi, tra pochi mesi prima dell’estate.                   Arrivederci a presto!

Grazie a Vincenzo Medica/studio Barnum – Noto e alla disponibilità di Enzo Zirino.

Un ringraziamento particolare a Pia Scornavacca, pilastro portante dell’avventura umana e artistica della Casa- Corpo.