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PROLOGUE / PROLOGO

Dire l’espace et la parole à Noto Antica, à Eloro, à Noto

29 mars 2012

Retour à Maison-Corps sept mois après Alimentum. Herbes hautes et folles partout. Une tornade a balayé les collines et les ravins de Noto Antica il y a quelques jours. Carlo et moi coupons les branches mortes autour de la maison ; avec Pia, avec quelques amis qui sont là, nous les brûlons dans un grand feu devant la maison. Un feu va devant nous, dans la nuit, dans le jour. Dangereux, luttant avec l’exubérance de la nature. Le torrent en crue a détruit le gué en bas de la colline. Le pollen jaune court et vole partout, nous macule les jambes. L’énergie de la vie lutte contre ce qui la détruit. Impossible de savoir ce qui va finalement dominer : la vie, la dispersion, l’élan, le chaos, l’ensemencement, l’insémination, le sens, la perte du sens, l’élaboration du sens, le cheminement de la parole ?

Dans la confusion rugueuse de ces collines, de cette île, de ce monde, Carlo, Pia et moi œuvrons ensemble depuis des années à dégager le cheminement de la parole, le sentier clair et simple du geste artistique qui ouvre, ouvre et ouvre encore. Ecouter, dialoguer, écouter, proposer le signe et l’œuvre, œuvrer encore et encore à ouvrir et à déporter sur le bas-côté du chemin la violence du monde qui aboie : bruit pour rien.

 Yves Bergeret

Dire lo spazio e la parola a Noto Antica, a Eloro, a Noto

29 marzo 2012

Ritorno a Casa-Corpo sette mesi dopo Alimentum. Erbacce alte dappertutto. Alcuni giorni prima un tornado ha spazzato le colline e i valloni di Noto antica. Carlo ed io spezziamo i rami morti che si trovano tutt’intorno alla casa; con Pia, ed altri amici che sono là, li bruciamo in un grande fuoco davanti all’abitazione. Un fuoco che continua davanti  a noi lungo il corso della notte, e del giorno. Pericoloso, che lotta con l’esuberanza della natura. Il torrente in piena ha distrutto il guado giù, in basso alla collina. Il polline giallo corre e vola dappertutto, ci macchia le gambe. L’energia della vita lotta contro ciò che la distrugge. Impossibile sapere cosa prevarrà, alla fine: la vita, la dispersione, l’impeto, il caos, la semina, la fecondazione, il senso, la perdita di senso, l’elaborazione del senso, il progredire della parola?

Nella confusione rugosa di queste colline, di quest’isola, di questo mondo, Carlo, Pia ed io operiamo assieme da anni per liberare il progredire della parola, il sentiero chiaro e semplice del gesto artistico che apre, apre ed apre ancora. Ascoltare, dialogare, ascoltare, proporre il segno e l’opera, operare ancora ed ancora aprire e deportare sulla banchina del cammino la violenza del mondo che abbaia: rumore per nulla.

(trad. Giovanni Miraglia)

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La cava di Eloro (Noto)

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Testa dell’Acqua (Noto)

poesie di marzo 2012

Dire l’espace et la parole à Noto Antica, à Eloro, à Noto

13 novembre 2012

Ce mois de novembre 2012 sur les collines de Noto de lourds nuages sombres arrivent d’Afrique, de Lybie, de Tunisie, chargés d’une inhabituelle humidité. Difficile de peindre au sol dehors comme je le fais d’habitude. Je m’acharne pourtant. Car le geste du poème que sur le grand papier je peins par la couleur et que je calligraphie par l’encre de Chine vient toujours en résonance à l’espace ouvert et à l’humanité en travail dans cet espace, en douleur et en joie.

Les trains de nuages sombres passent en rangs serrés sur la colline de Casa Corpo, à Noto Antica, chez Carlo et Pia. Je pense à toutes ces polyphonies de plaintes, de douleurs et d’espérances qu’ils roulent dans leurs volutes rapides. Je pense aux drames lybiens et tunisiens, si proches, je pense à ceux qui meurent en mer alors qu’ils ont mis tous leurs espoirs dans l’hospitalité d’une île à laquelle ils ont voulu croire.

Le ciel humide et sombre bourdonne sourdement d’humanité. Ombre loquace. Parole en mouvement.

Et la terre de l’île, et le calcaire des collines et des ravins bourdonnent aussi de l’humanité de l’écoute et de l’accueil, malgré le poids de diverses féodalités au fil des siècles et jusqu’à présent.

Car certains, de l’île même, sont nos Grands Veilleurs, nos Merveilleux Inadéquats qui entendent la profondeur et la beauté de ce que tenace nous dit l’Ombre Loquace. Comme les pupitres de Carlo Sapuppo nobles, à la fois frêles et opiniâtres, portent les poèmes-peintures que j’ai peints, de même l’Etranger porte la parole de l’humanité, de même les Grands Veilleurs, les Merveilleux inadéquats portent l’élan de l’Ombre Loquace.

 Yves Bergeret

Dire lo spazio e la parola a Noto, a Eloro, a Noto

 13 novembre 2012

 Nel  mese di Novembre 2012 sulle colline di Noto nuvole pesanti e oscure giungono dall’Africa, dalla Libia, dalla Tunisia, colme di un’insolita umidità. è difficile dipingere  per terra come faccio d’abitudine. Tuttavia io mi ostino. Poiché il gesto della poesia che io dipingo con il colore sul grande foglio di carta e che io esprimo con caratteri eleganti ad inchiostro di China arriva sempre ronzando  nello spazio aperto e fra l’umanità al lavoro in questo spazio, nel dolore e nella gioia.

I treni di nuvole oscure passano a file serrate sulla collina di Casa Corpo, da Carlo e Pia a Noto Antica. Penso a tutte queste polifonie di piante, di dolori e di speranze che scorrono all’interno delle loro rapide volute. Penso ai drammi libici e tunisini, così vicini, io penso a coloro che muoiono in mare riponendo tutte le loro speranze nell’ospitalità di un’isola alla quale hanno voluto  credere.

 Il cielo umido e scuro ronza in segreto di umanità. Ombra loquace. Parola in movimento.

 E la terra dell’isola, e il calcare delle colline e dei burroni ronzano anche dell’umanità dell’ascolto e dell’accoglienza, malgrado il peso delle differenti feudalità succedutesi nei secoli e fino al presente.

Poiché certuni, dell’isola, sono i nostri Grandi Guardiani, i nostri Meravigliosi Inadeguati che ascoltano la profondità e la bellezza di ciò che ci dice l’Ombra Loquace, ostinata. Come i leggii di Carlo Sapuppo reggono le poesie – pitture che ho dipinto,  nobili e allo stesso tempo fragili e resistenti, allo stesso modo in cui lo Straniero porta la parola dell’umanità, così i Grandi Guardiani, i Meravigliosi Inadeguati  segnano lo slancio dell’Ombra Loquace.

(trad. Grazia Sciuto)

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Noto Antica

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poesie novembre 2012

L’OMBRA LOQUACE

Trenta poesie calligrafate nel 2012 da Yves Bergeret fuori, negli spazi generosi di Noto, Eloro, Noto Antica e Testa dell’Acqua.

Liberare il progredire della parola nello spazio e per un tempo aperto. Come un’ombra, la parola, nel loquace spazio di questo presente. Aperti bene i passi – lo spazio che attraversa, nel tempo che attraversiamo – adesso e nel tempo dell’ascolto – la parola, in cammino da lungo tempo – la parola, un destino, o il quinto elemento, figlio e sorella degli altri quattro – ponte che regge e sostiene, congiunge e distanzia – segno che si pone su e per, e porta il proprio quesito fino a superficie, dal fondo dell’aria. Congiungendosi, elemento che abbiamo detto essere degli elementi, a geografiche prossimità di ascolto; con la gioia e il dolore dei nostri movimenti.

Yves Bergeret mi ha insegnato a credere nella possibilità dei venti (da dove parte il suono quasi silenzioso di quelle nuvole) – nel silenzio dopo una lunga marcia – nella volontà di questo desiderare: marciare e intanto lasciarsi attraversare, aria e corpo, dalla parola che ci conduce.

Il suo percorso di poeta in cammino, che porta la parola come “segno da lasciarsi porre”, da sempre lo ha reso viaggiatore di altitudini e profondità – straniero e portatore di un proprio passo (dal deserto roccioso del Mali alle porte di Cipro, dalle Antille al Senegal, dalla Galizia alla Sicilia). Ho sentito spesso dalla sua voce rispettosa del “fiato esterno”, parlare di un segno – in attesa e compimento. Il poeta si è spinto fin dove il centro separa e non divide – e se lo fa (necessaria, la separazione) è per tracciare una delimitazione, che è un ponte – la parola e chi lo costruisce – e la natura stessa che fa la propria parte: distruggere, creare: sempre. Portandosi al confine per ritrovarne il segno primo.

Noto antica è un luogo primitivo dove, nonostante l’abbandono e le incivili dimenticanze, quel che resta delle preziose culture che l’hanno fondata, abitata e popolata, è tracciabile e rintracciabile, fosse anche per quel segno che i costruttori di parola, come Bergeret, possono riportare alla luce e al respiro, dall’ombra loquace che si posa al centro dell’ascolto, e dell’accoglienza: la parola. Il colore – che sfocia nelle scritture di Yves su carta e con inchiostri di vento – ha la sua parte fondante – ; le esili sculture di fil di ferro e rame di Carlo, che tengono e tendono una presenza così fisica e rispettosa (presente assenza, il suo “sensibile credo”), in questo caso sorreggono le carte poetiche e ventose di Yves o tracciano segni di pioggia e di coraggio tra i versi “dipinti” dall’amico “posatore di segni”.

Il poeta che la mattina presto si stupisce di ogni alba e, come un bambino, ci sveglia per condividerne la sorpresa, l’entusiasmo, la vita. L’operosità  naturale di Pia Scornavacca che cura, sostiene, legge e fotografa la sorpresa di ogni giorno, nel tracciato dei reperti e del materiale che da sempre, insieme a Carlo, raccoglie a testimonianza di un luogo che non solo abitano, ma hanno da subito amato erispettato, proprio nel respirarlo e portarlo, sentendosi ospiti sempre, privilegiati e timidi. La loro Casa-corpo, chiamata da Yves così, sembra posata, anch’essa, come un segno, lì. Piccolo museo rispettoso che s’affaccia e accoglie.

I ritratti a parola, colore e segno (scrittura) di Yves Bergeret hanno la loquacità e l’ombra di una descrizione attenta e chiara, sono ritratti sentiti e visti, scolpiti e decifrati attraverso e per mezzo del suo Ascolto in cammino.

In un luogo di così forte segno, il poeta ha ritracciato alcuni percorsi, già riconosciuti dagli artisti Sapuppo e Scornavacca, dai loro amici e numerosi ospiti, durante gli anni di permanenza intorno e tra le valli di Noto antica, e tutt’oggi. Nella parola, la poesia, il lungo fiato inadeguato dell’uomo che resiste e segna ancora il confine del credere possibile posare un segno – che sia pure d’Ombra loquace – al presente, con rispetto, e silenzio. Ospiti di questa casa-corpo come dell’isola, inadeguati costruttori di parola, in perenne marcia.

 Giampaolo De Pietro

Libérer le parcours de la parole dans l’espace et en un temps ouvert. Comme une ombre, la parole, dans l’espace loquace de ce présent.  Bien ouverts, les pas – l’espace qu’elle traverse, dans le temps que nous le traversons – : maintenant, dans le temps de l’écoute – la parole, en chemin depuis un temps lointain – la parole, un destin, ou le cinquième élément, fils et sœur des quatre autres – pont qui gère et soutient, rejoint et distancie – signe qui se pose sur et par, et porte la quête même jusqu’à une surface, depuis le fond de l’air. En se rejoignant, élément que nous avons dit être l’un des éléments, à proximité géographique de l’écoute ; avec la joie et la douleur de nos mouvements.

 Yves Bergeret m’a appris à croire en la possibilté des vents (d’où part le son quasi silencieux de ces nuages) – dans le silence après une longue marche – dans la volonté de ce désir : marcher et en même temps se laisser traverser, air et corps, par la parole qui nous mène.

Son parcours de poète en marche, qui porte la parole comme “signe à laisser se déposer”, a fait de lui depuis toujours voyageur des altitudes et de la profondeur – étranger et porteur d’un pas très particulier (du désert rocheux du Mali aux portes de Chypre, des Antilles au Sénégal, de la Galice à la Sicile). Je l’ai souvent entendu, de sa voix respectueuse du “souffle extérieur”, parler d’un signe – en attente et en accomplissement. Le poète s’est avancé jusque là où le centre sépare et ne divise pas – ou s’il le fait (nécessaire est la séparation), c’est pour tracer une délimitation, qui est ensuite un pont – la parole et celui qui la bâtit – et la nature même qui joue son propre rôle :– détruire, créer : toujours. En se portant aux confins pour en retrouver le signe premier.

Noto antica est un lieu primitif où, malgré l’abandon et les oublis grossiers,  ce qui reste des cultures remarquables qui l’ont fondé, habité et peuplé, est traçable et retraçable, fût-ce aussi par ce signe que les bâtisseurs de parole, comme Bergeret, peuvent faire revenir à la lumière et à la respiration, depuis l’ombre loquace qui se pose au centre de l’écoute, et de l’accueil : la parole. La couleur – qui se coule dans les écritures d’Yves sur la feuille et avec les encres du vent – qui joue aussi son rôle fondateur -; les fines sculptures de fil de fer et de cuivre de Carlo qui tiennent et tendent une présence si physique et respectueuse (absence présente, son “credo sensible”), dressent ici les quadriptyques de poésie et de vent d’Yves ou tracent des signes de pluie et de courage au milieu des vers “peints” de l’ami “poseur de signes”.

Le poète qui de bon matin s’émerveille de chaque aube et, comme un enfant, nous réveille pour en partager la surprise, l’enthousiasme, la vie. Le goût naturel de l’action de Pia Scornavacca qui veille à tout, soutient, lit et photographie la surprise de chaque jour, dans le sillage des trouvailles et des matériaux que depuis toujours, avec Carlo, elle recueille comme témoignage d’un lieu que non seulement ils habitent, mais ont immédiatement aimé et respecté, justement en le respirant et en le portant, en s’ y sentant toujours comme des hôtes, privilégiés et timides. Leur Maison-Corps, c’est le nom qu’Yves lui donne, semble posée, elle aussi, comme un signe, là. Petit musée respectueux qui se montre et accueille.

Les portraits en parole, couleurs et signe (écriture) d’Yves Bergeret ont la loquacité et l’ombre d’une description attentive et claire, sont des portraits écoutés et vus, gravés et déchiffrés à travers et par le moyen de son Ecoute en chemin.

Dans un lieu de si fort signe, le poète a retracé quelques parcours, déjà reconnus par les artistes Sapuppo et Scornavacca, par leurs amis et hôtes nombreux, au fil des années de séjour alentour et parmi les vallons de Noto antica, et pleinement aujourd’hui. Dans la parole, la poésie, le long souffle inadéquat de l’homme qui résiste et signe encore les confins du croire possible de poser un signe –  qu’il soit même d’Ombre loquace – au présent, avec respect, et silence. Hôtes de cette maison-corps comme de l’île, inadéquats bâtisseurs de parole, à jamais en marche.

    ( trad. Yves Bergeret)

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Posate come partiture sopra le sculture-leggii originali di Carlo Sapuppo. Aperte come ali di grandi uccelli di speranza, create dallo scultore e dal poeta in una installazione magistrale, sotto la doppia volta delle stanze basse del Palazzo Nicolaci di Villadorata, nel centro storico di Noto.

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Nuova voliera, nuove cupole di speranza e di lucidità, ricostruite senza fine, quasi venti anni dopo il crollo della cupola della Cattedrale, quasi dieci anni dopo della sua ricostruzione.

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Dialogo dello scultore e del poeta con lo spirito profondo delle stanze basse del palazzo, adibite nel passato all’alchimia o alla conservazione del ghiaccio o delle nevi portate dalle montagne dell’entroterra.

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Parola in atto.

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Da sinistra: Francesco Gennaro, Savì Manna, Enrico Sorbello e Yves Bergeret.

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Enrico Sorbello

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Savì Manna

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EPILOGUE / EPILOGO

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Le stanze basse del palazzo Nicolaci di Villadorata tornano vuote, la piccola comunità di Casa-Corpo (Noto Antica) si separa. La parola che si apre e ci apre torna nel vento, nelle acque e tra le rovine che la custodiranno. Essa però, è anche idea e senso per chi l’ha colta e trasmessa e ha già posto nuovi semi di desiderio, volontà e amicizia, così ci siamo promessi di ritrovarci ancora qui, pronti a nuovi slanci e dialoghi, tra pochi mesi prima dell’estate.                   Arrivederci a presto!

Grazie a Vincenzo Medica/studio Barnum – Noto e alla disponibilità di Enzo Zirino.

Un ringraziamento particolare a Pia Scornavacca, pilastro portante dell’avventura umana e artistica della Casa- Corpo.